Jean Dubuffet e Venezia. Storia di un legame

Linda Kaiser, Artribune, May 31, 2019

PALAZZO FRANCHETTI, VENEZIA – FINO AL 20 OTTOBRE 2019. IL LEGAME TRA JEAN DUBUFFET E VENEZIA RIVIVE NELLA MOSTRA A PALAZZO FRANCHETTI. L’EQUIVALENTE DI UN’OPERA MUSICALE IN TRE MOVIMENTI E TRE PERIODI, REALIZZATA IN UN CONTESTO DI GRANDE BELLEZZA

 

Italians redears only
Palazzzo Franchetti si affaccia sul Canal grande all'altezza che del ponte che conduce all'Accademia. In occasione della Biennale d'Arte di quest'anno, ospita una delle mostre più interessanti fra quelle allestite in Laguna. Jean Dubuffet e Venezia appare un titolo quasi semplicistico per la personale curata da Sophie Webel e Frédéric Jaeger, con la collaborazione della Fondazione Dubuffet. A ben vedere, però, i due soggetti posti in relazione dalla congiunzione semplice - un artista e una città - celano un rapporto piuttosto complesso. 
1949: IL RIFIUTO DI DUBUFFET
Il percorso di Jean Dubuffet (Le Havre, 1901 - Parigi, 1985) è stato segnato in tre momenti chiave della sua vita da un legame di rifiuto e attrazione per Venezia. Il primo contatto (mancato) avviene nel 1949, quando all'artista viene proposta l'organizzazione di una mostra da parte dell'editore veneziano Bruno Alfieri.
Dubuffet risponde difendendo le proprie posizioni antitetiche al sistema di allora, fatto secondo lui di arte falsa e teorie estetiche ignobili, di Biennali, accademie culturali, critici e mercanti ai quali da anni ha dichiarato guerra. Auspica addirittura, in una lettera dell'11 novembre 1949, che "gli elementi sani" della città incendino il Palazzo Ducale e il Ponte dei Sospiri, gettando fuori "tutti quei turisti organizzatori di congressi".
1964: L'HOURLOUPE E LA CELEBRAZIONE DI DUBUFFET
Trascorrono quindici anni e Dubuffet muta atteggiamento, riservando proprio a Venezia l'anteprima dei suoi lavori più recenti, realizzati tra il 1963 e il 1964. Il ciclo L'Hourloupe dà il titolo alla "mostra di pitture" che viene inaugurata il 14 giugno 1964 nel nuovo spazio del Teatro di Palazzo Grassi. L'artista era stato invitato da Paolo Marinotti, direttore dello stesso Palazzo a presentare oltre cento opere, in contemporanea proprio alla Biennale. Questi pezzi hanno un grande successo di critica e si staccano nettamente da quelli materici del decennio precedente, del ciclo Sol et terrains. 
Dubuffet si gode il momento, partecipa alle feste in suo onore e viene ritratto in abito chiaro, papillon e sigaro mentre, circondato da eleganti signore, firma i suoi cataloghi. Il termine da lui coniato, "hourloupe", pare echeggiare un verosimile (en)"tourlouper", che allude a quel vagare, turlupinare, ingannare, messo a segno dalle figure che gremiscono gli spazi delle sue tele. 
Nelle sale 2, 3,e 4 del piano nobile di Palzzo Franchetti possiamo ammirare diciassette dipinti (1962-67) di quel periodo, in cui il gioco finissimo dei tratti colorati dà forma a un mondo bizzarro, rigeneratore di immagini. Guidati dai titoli, è più facile leggere nelle tessiture cellulari, di per sè esteticamente valide ed estremamente attuali, storie d'invenzione incastrate come tessere di un puzzle. Opere bellissime come Vertu virtuelle o Le village fantasque, acquisiscono una carica ancora maggiore, se pensiamo che le stiamo osservando affacciati sul Canal Grande, in condizioni simili al pubblico di allora e, per di più, mentre si svolge una nuova Biennale. 
Tornando alla storia, dal 5 luglio 1964, al primo piano di Palazzo Grassi, viene allestita una mostra complementare a quella di Dubuffet, che ha così l'occasione di esporre per la prima volta anche la serie completa delle 324 litografie di Phénomènes, insieme alle ultime opere legate alla ricerca sul suolo, come le Texturologie e le Matérialogies. Si tratta di lavori della fine degli anni Cinquanta, un nucleo dei quali - 28 litografie e 8 opere - si vede nella sala 1 di Palazzo franchetti, che suggerisce confronti interessanti. 
1984: LE MIRES E LA CONSACRAZIONE DI DUBUFFET
Passano altri vent'anni e Dubuffet rappresenta addirittura la Francia, nel padiglione curato da Daniel Abadie, alla Biennale di Venezia del 1984. L'artista, nato a Le Havre nel 1901, ha già 83 anni (morirà l'anno successivo a Parigi), ma la sua grande energia creativa e la sua "freschezza giovanile" gli consentono di presentare 34 dipinti inediti. Sono le Mires (arriverà a comporne 204, in totale) - realizzate su fogli di carta 67 x 100 cm, assemblate in diversi formati e poi incollate - che già nel titolo rivelano la fascinazione dell'artista per lo sguardo e le strutture della percezione. 
L'occhio qui si perde in una giungla intricata di linee, su sfondo giallo (Kowloon) o costituite da soli colori blu e rosso (Boléros), una sorta di movimento astratto e di accelerazione di ritmo rispetto all'Hourloupe
L'insieme, come si può riscontrare ancora oggi nelle sale 5, 6 e 7 di Palazzo franchetti - che raccolgono una quindicina di dipinti più diverse litografie, serigrafie e pennarelli su carta degli Anni Ottanta -, dà conto di una grande illusione. Tutto quello che ci sembra di vedere nelle opere, in perenne cortocircuito cromatico, è erroreno, frutto dell'interpretazione umanista, come spiegava un Dubuffet sempre più iconoclasta, giacché "nel mondo c'è un gran tumulto di movimenti". 
Il percorso circolare, a Palazzo Franchetti, termina cone le sale 8, 9 e 10, dotate di supporti fotografici, documentali e filmici (Autoportrait), senza dimenticare le due sculture sulle scale e in giardino. Per la la mostra il caso "Dubuffet e Venezia" si chiude così. La metamorfosi della visione, invece, continua là fuori.