Natural Kengo

Cloe Piccoli, Yacht Design, Dicembre 11, 2023

NON AMA IL CEMENTO. PER LE SUE OPERE KUMA PREFERISCE LEGNO, PIETRA E ACCIAIO. MATERIALI CHE UTILIZZA PER FORME INNOVATIVE DI STRAORDINARIA BELLEZZA. LA SUA ARCHITETTURA SOSTANZIALE HA UN APPROCCIO EMOTIVO NATO NEL SUO GIAPPONE E RACCONTA LA STORIA E LA CULTURA DELLA SUA TERRA. COME A VENEZIA, DOVE LE 13 OPERE ESPOSTE A Palazzo Franchetti SONO UN OMAGGIO A 13 PAROLE CHIAVE DELLA LINGUA DEL SOL LEVANTE.

 

 
 

«Con questa mostra il mio obiettivo era creare qualcosa che evocasse Venezia, questo luogo unico, effimero e fragile costruito sull’acqua, su fondamenta di legno. Volevo provare a restituire la sensazione unica che si prova a Venezia: quella di essere in contatto con la natura, con l’acqua, le maree, la brezza. Volevo riprodurre il piacere di sentirsi in una città sull’acqua a misura d’uomo. Così è nata questa mostra».

Sono le parole dell’architetto giapponese Kengo Kuma, che presenta Kengo Kuma. Onomatopoeia Architecture, una mostra poetica e toccante nelle sale di Palazzo Franchetti sul Canal Grande, a Venezia.

Inaugurata alla presenza di Sua Eccellenza Sheikha Al Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al-Thani, presidente di Qatar Museums, in occasione della 18ª Mostra Internazionale di Architettura – La Biennale di Venezia, l’esposizione è prodotta da Art Capital Partners e Kengo Kuma & Associates con il supporto di Qatar Creates, che presenta parallelamente la mostra documentaria Building a Creative Nation, prima presentazione delle cinque nuove sedi culturali del Qatar sviluppate da Qatar Museums.

All’ingresso della mostra di Kengo Kuma, tra i più grandi architetti contemporanei, Laguna è un’imponente installazione site specific nel giardino di Palazzo Franchetti. Si tratta di una scultura alta cinque metri in lamiera di alluminio fresata e sabbiata, dalle forme morbide e sinuose che si intrecciano salendo verso il cielo, creando una trama attraverso cui osservare il cielo e l’acqua della laguna. È un’opera pensata per dialogare con la natura e l’atmosfera del luogo, catturare la luce, riverberare i riflessi e rendere visibile e tangibile l’aria che avvolge l’intera città e il pianeta.

Curata da Chizuko Kawarada (partner dello studio Kengo Kuma & Associates) e da Roberta Perazzini Calarota (presidente di ACP, Art Capital Partners), la mostra distilla in 13 onomatopee - altrettante parole giapponesi - i concetti dell’architettura di Kengo Kuma.

Sono concetti poetici legati al dialogo intangibile e magico tra natura e architettura. Idee difficili da esprimere con un linguaggio razionale, che invece si prestano a essere evocate dalle onomatopee: parole che riproducono il ritmo, il suono, il fluire di ciò che si intende esprimere.

«Le onomatopee sono state cruciali per realizzare la mia idea di architettura. Ho scelto le 13 che ritenevo particolarmente pertinenti per Venezia. L’onomatopea è una sorta di voce animale che si manifesta a livello fisico. È un’esperienza che connette architettura, natura ed esseri umani in un linguaggio non codificato», afferma Kengo Kuma, nato a Yokohama nel 1954, laureato in architettura all’Università di Tokyo nel 1979, noto in tutto il mondo per la sua architettura leggera, effimera, intangibile, realizzata con elementi naturali e in sintonia con l’ambiente.

«Ogni volta che vado a Venezia e sento l’acqua come “materiale”, penso al dialogo tra l’uomo e la materia. In questa mostra a Palazzo Franchetti vorrei mostrare come creo questo dialogo con i materiali senza utilizzare un linguaggio influenzato dalla logica. E quando lo uso, è impossibile farmi capire. Per questo ricorro sempre alle onomatopee. Il materiale e il corpo parlano tra loro e risuonano quando utilizzano questo linguaggio primitivo», aggiunge Kuma, che ha sempre rifiutato di costruire in cemento armato come la maggior parte degli architetti giapponesi.

Kuma lasciò il Giappone nel 1987 per trasferirsi a New York e studiare alla Columbia University. Qui fondò Kengo Kuma & Associates nel 1990 e da allora propone un’architettura che apre nuove relazioni tra natura, tecnologia ed esseri umani.

A Venezia, ogni onomatopea è associata a un progetto, esposto in mostra con un modellino e diverse fotografie. Para-para, ad esempio, evoca la relazione tra pieno e vuoto ed è associata allo stadio costruito da Kuma nel 2020 per le Olimpiadi di Tokyo, il Japan National Stadium. Lo stadio si basa sulla frammentazione, sull’alternanza di pieni e vuoti, sull’aria che scorre tra gli anelli a diverse altezze. Ma soprattutto, nonostante le dimensioni, quest’opera pubblica fa grande uso di legno e di spazi vuoti. Il risultato è una straordinaria sensazione di leggerezza. «Credo che la transitorietà dell’architettura sia essenziale nel mondo di oggi, in opposizione a edifici pesanti e opprimenti. Para-para ci è sembrata l’onomatopea più adatta per esprimere questo concetto di leggerezza», spiega Kuma.

All’architettura di cemento risponde con progetti a misura d’uomo, che richiamano la Tokyo degli anni Cinquanta, con un tessuto urbano fitto di piccoli edifici familiari rigorosi, costruiti secondo l’antica tradizione giapponese e la cultura Zen, in totale armonia con la natura, tra minuscoli giardini, pieni e vuoti, porzioni di cielo incorniciate, vetro e legno che reagiscono all’atmosfera, alla temperatura e alla luce.

Tree of the Boat, la grande installazione all’interno di Palazzo Franchetti, è anch’essa in legno. Riporta ai materiali naturali, alla dimensione umana. «Volevamo realizzare una struttura lignea che si protendesse sopra il canale. A mio avviso dovrebbe evocare i pali di quercia che costituiscono le fondamenta di Venezia. Tree of the Boat richiama anche l’impatto dell’acqua sul legno, che lo consuma nel tempo. Questa installazione racconta la fragilità, la precarietà ma al tempo stesso la resistenza e la resilienza del legno e della città lagunare, sempre alla ricerca di quell’equilibrio precario che si crea tra energie diverse nel campo dei materiali e delle tecniche».

Materiali naturali e di recupero della tradizione architettonica giapponese - come metallo, legno, bambù, carta washi, acqua, terra e vento - combinati con le tecnologie più innovative sono un aspetto fondamentale dell’architettura di Kengo Kuma. La ricerca meticolosa sui materiali e sulle tecnologie dichiara con decisione la sua scelta ecologica. «L’uso di materiali naturali aiuta ad affrontare matematicamente il riscaldamento globale», afferma l’architetto giapponese, che a Venezia presenta i modelli di alcuni dei suoi capolavori, segnati da un rigore assoluto nella scelta dei materiali e nel dialogo con la natura: dal padiglione per la cerimonia del tè in Trentino alla luminosa Water/Glass House nella prefettura di Shizuoka, in Giappone, realizzata con vetro, aria, vuoto e natura, dove gli alberi sembrano entrare nell’architettura e la luce sembra diventarne parte integrante.

«I materiali naturali hanno un impatto diretto importante sulla vita delle persone», afferma Kuma. «Riducono i livelli di stress ricreando condizioni di vita secondo natura. Queste condizioni sono spesso trascurate negli ambienti contemporanei. Tutto questo è collegato al tema della sostenibilità in senso più ampio».

La sostenibilità è al centro del lavoro di Kengo Kuma, così come l’importanza di rispettare il pianeta e costruire assecondando gli elementi e le risorse naturali. «Nell’era dell’industrializzazione l’architettura doveva essere solida, ingombrante e pesante. Nell’epoca in cui viviamo, in cui il cambiamento climatico è un problema enorme che minaccia la sopravvivenza umana, l’unica risposta possibile dovrebbe essere un modello di architettura effimera, dunque organica, che si adatti al pianeta utilizzando il minimo delle risorse».

La sensibilità di Kengo Kuma riesce a declinare nella disciplina architettonica aspetti come la musica - il ritmo e il flusso, per esempio - visibili nei movimenti e nelle linee morbide e sinuose dei suoi edifici, come nel tempio taoista Tao, dedicato alla divinità Kikoku-shi e situato sui monti Shippu, a sud di Taipei. Come molti altri, questo progetto esemplifica la posizione filosofica di Kuma e la sua magistrale capacità di creare edifici e installazioni che catturano la danza senza tempo di tutti gli esseri viventi nel nostro ambiente naturale, il nostro habitat, utilizzando materiali tradizionali - che nel suo caso includono i più primordiali: terra, aria, luce e acqua.