
L’ultima stagione pittorica dell’artista francese in scena negli spazi della Biblioteca Morandiana di Palazzo Franchetti
Ci sono città che gli artisti provano a raccontare. E poi c’è Venezia, che invece costringe i pittori a cambiare modo di guardare. Una città che non si lascia semplicemente dipingere, ma che impone a chi la osserva di rivedere il proprio modo di vedere. L’acqua riflette, moltiplica, dissolve. La luce non illumina soltanto: trasforma. È dentro questo fragile equilibrio tra forma e dissoluzione che si inserisce la mostra “Jacques Cordier – Venise”, allestita negli spazi della Biblioteca Morandiana di Palazzo Franchetti, nel cuore di Venezia.
Promossa dalla Fondazione Calarota e curata da Marie-Isabelle Pinet, l’esposizione – visitabile fino al 10 aprile – riporta l’attenzione su una figura interessante e ancora relativamente poco esplorata della pittura francese del secondo Novecento: Jacques Cordier (Bois-Colombes, 1937 – Lione, 1975).
Il progetto curatoriale di Pinet si concentra sull’ultima fase della ricerca pittorica dell’artista, sviluppata negli anni immediatamente precedenti alla sua prematura scomparsa, quando la sua pittura compie una trasformazione decisiva. La mostra indaga infatti il momento in cui Cordier abbandona progressivamente una visione più tradizionale del paesaggio per orientarsi verso una pittura sempre più luminosa, atmosferica e sensibile al movimento della luce.
La svolta ha una data precisa: 1971. Durante un soggiorno londinese, Cordier visita la Tate Gallery. Davanti alle tele di William Turner – il pittore che più di ogni altro aveva trasformato la luce in materia – Cordier comprende che il paesaggio può dissolversi nell’atmosfera. È un punto di non ritorno. Turner aveva spinto la pittura fino al punto in cui il paesaggio si dissolve nella vibrazione della luce. Per Cordier quell’incontro diventa un detonatore silenzioso: la sua pittura cambia ritmo, si alleggerisce, si apre a una dimensione più fluida e luminosa.
È in questo passaggio che entra in scena Venezia. Tra il 1971 e il 1975, Cordier e la moglie Simone soggiornano più volte nella città lagunare. Venezia diventa una sorta di laboratorio visivo: un luogo in cui sperimentare una pittura capace di catturare non tanto la forma delle cose, quanto la loro atmosfera. La mostra, seguendo l’impostazione curatoriale di Marie-Isabelle Pinet, presenta soprattutto oli su tela realizzati in questi anni. Osservandoli si percepisce una progressiva trasformazione: le architetture restano riconoscibili, ma sembrano emergere dalla luce piuttosto che essere costruite dal disegno.
