
Cos’è davvero una città? Soltanto un coacervo di strade ed edifici, o piuttosto un organismo vivo, sfumato e mutevole? Sono domande che sottendono gli ultimi dipinti di Jacques Cordier (Bois-Colombes, 1937 - Lione, 1975), oggi esposti a Palazzo Franchetti a Venezia nell’allestimento curato da Marie-Isabelle Pinet. Di Venezia restano tracce diluite, edifici impalpabili, bagliori liquidi su sfondi lattiginosi, dai quali affiora, splendente e intatta, l’anima della città.
INTIME CORRISPONDENZE. Capita che gli artisti trovino, molto lontano dal luogo di nascita, la propria casa ideale. Città, isole, lembi di mondo che per meccaniche sconosciute si dimostrano straordinariamente propizi alla creazione. È il caso di Jacques Cordier, che durante lunghi e benefici soggiorni veneziani sperimentò una pittura più che mai fluida e luminosa: complice una visita alla Tate gallery di Londra, durante la quale ebbe la possibilità di ammirare il paesaggio sublime di William Turner (1775-1851), a partire dagli anni Settanta l’artista francese abbandonò gli scorci in inchiostro di china e spalancò la propria visione al colore. Il tentativo era quello di estinguere ogni approssimazione del tratto, e persino ogni residuo di tempestosa emotività, per cogliere piuttosto la luce in stato nascente, il mondo nel suo puro manifestarsi. Venezia, con le strade a pelo d’acqua, la nebbia lattescente, gli edifici lievemente accesi dall’umidità perenne, rappresentava lo scenario ideale per tastare i limiti della visione. E così della città lagunare in Reflets violets sur Venise (1973) restano morbidi fuochi, sottili dorature che screziano appena l’azzurro crepuscolare; in Basilique San Marco (1970) il monumento-simbolo della città si riduce a forme evanescenti, affiora dalle acque bianche come miraggi del deserto. La somiglianza è così sacrificata in nome di una più intima corrispondenza e, anche se privi di ancoraggi o riferimenti, non abbiamo alcun dubbio che quel sortilegio sospeso fra terra e il mare sia davvero Venezia.

