Serve regalarsi del tempo, almeno tre giorni. Un paio di sneaker e quella predisposizione tutta infantile alla meraviglia. Non importa se non siete esperti d'arte, anzi neppure così tanto appassionati, ma almeno una volta la Biennale di Venezia va vista, anzi vissuta (fino al 24 novembre).
Lasciando perdere la transumanza del popolo dell'arte, che ha rotte e ritualità consumate da anni di frequentazioni di mostre e vernissage, dimenticando i classici padiglioni dei Giardini e dell'Arsenale, si potrebbe optare per un itinerario alternativo: quello dei grandi palazzi storici, aperti spesso solo per l'occasione. Un percorso off, collaterale, più godurioso per la vista. Un modo per visitare fughe di saloni tappezzati di sete barocche, per volteggiare sotto giganteschi lampadari di vetro di Murano, pesanti come montagne eppure così fragili, per sedersi su poltroncine intarsiate. Senza contare che tra pesanti tendaggi in velluto e ritratti a olio di cortigiani e padroni di casa dialogano le opere degli artisti contemporanei. Che qualcosa hanno pur sempre da dire.
È il caso della fotografa Brigitte Niedermair, da Merano, la cui personale dal titolo autoreferenziale “Me and Fashion 1996-2018” è ospitata a Palazzo Mocenigo. Casa privata, lasciata al Comune dopo baruffe testamentarie, vale la pena di essere visitata anche solo per la sua magnifica biblioteca di 6 mila volumi di storia della moda, del costume e del profumo. Normalmente Palazzo Mocenigo è la sede del Museo del Tessuto e del Profumo. Per la Biennale, le altre sale sono dedicate al lavoro di Brigitte Niedermair, fotografa e grande affabulatrice, rigorosa nell’esecuzione e dall’estetica patinata, con quel piglio da femminista non rancorosa che ha rapito la designer Maria Grazia Chiuri, che le ha affidato la campagna mondiale di Dior. «Ho tolto tutti i ritratti degli uomini, tranne uno perché è impossibile da sradicare dalla parete, ma accanto
ho collocato una foto perfetta per la corrispondenza e la cromia». Da effetto speciale il lampasso di seta, 6 metri per 8, con gigantesche labbra scarlatte e una lingua di fuoco, scatto simbolo della fotografa sudtirolese, trasformato in un arazzo anche grazie alla maestria delle tessitrici della maison Rubelli, nome storico per i tessuti d’arredo.
Per rimanere nello stesso ambito di mecenatismo, sempre i Rubelli ospitano a Ca’ Pisani Rubelli la mostra-performance “Loom” dell’artista argentina Marcela Cernadas che, rifacendosi alla figura di Penelope, riflette sul tema dell’attesa e del fare e disfare come pratica persuasiva. L’installazione è suggestiva e offre la possibilità di vedere il palazzo, appartenuto fin dalla fine dell’Ottocento alla famiglia, ora restaurato e arredato in chiave contemporanea con le collezioni Donghia e Rubelli Casa. Per non parlare dell’archivio dell’azienda, nata circa 130 anni fa: sottili cassetti custodiscono 7 mila documenti tessili e cartacei, dai filati d’oro del Quattrocento alle collaborazioni con grandi architetti come Gio Ponti e designer quali Roberta di Camerino.
Nuovo di vitalità e internazionalità, Palazzo Franchetti è un gioiello polisemico di sedimentazione storico-architettonica: si va dal gotico fino agli interventi ottocenteschi, che raccontano le vicende private e dinastiche delle famiglie che si sono susseguite. È qui che Franco Calarota, gallerista bolognese di lungo corso, ha voluto inaugurare la sua fondazione con la rassegna “Jean Dubuffet e Venezia”, riaprendo la splendida dimora al pubblico.
Adiacente a Palazzo Franchetti, sul Canal Grande, da non perdere la visita a Palazzo Barbaro, casa nobiliare costituita da due edifici, uno del Quattrocento e l’altro del Seicento. Quest’ultimo ospita una delle più sbalorditive sale da ballo della città lagunare, con la mano di Gianbattista Tiepolo per la decorazione interna, in parte andata perduta. Solo su appuntamento via mail si può visitare “Anthropometry”, mostra dedicata al poliedrico artista Getulio Alviani, a un anno dalla sua scomparsa.
In piazza San Marco vale la pena salire l’ampia scalinata di Ca’ Correr, attraversare fughe di saloni con opere mozzafiato, fino alla Sala delle Quattro Porte per “Sabra Beauty Everywhere”, le fotografie che la mantovana Sara Dynys ha dedicato ai bambini di Beirut: un racconto sotto forma di trittico che enfatizza la gioia di vivere dell’infanzia piuttosto che la violenza della miseria.
Se Palazzo Fortuny ospita spesso eventi, più difficile è accedere alle sale di Palazzo Ferro Fini, sede del Consiglio regionale del Veneto, che per la Biennale ha aperto le sue eleganti sale sul Canal Grande, di fronte alla Chiesa della Salute, per ospitare “Tra Realtà e Immaginazione”, omaggio alla lunga carriera dell’artista Alberto Biasi.
Ci sarebbero anche i palazzi Contarini Polignac, Grimani, Querini Stampalia. Ma tutto non si può fare. È arrivata la sera, lo spritz con i cicchetti non possono più aspettare.
